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Alessandro Vizzini
L’universo, come l’infinito, lo vediamo a pezzi


testo curatoriale di Stefano Rabolli Pansera, direttore di Bangkhoh Kunsthalle e Khao Yai Art Forest

Fabio Mauri ricordava come l’universo, proprio come l’infinito, possa essere colto soltanto in frammenti. L’installazione di Alessandro Vizzini alla Galleria a cielo aperto di Mangiabarche si muove esattamente su questa soglia, là dove la percezione si frantuma e ricompone il reale.

Nelle sue sculture, gli elementi primari del Mediterraneo—il mare e il cielo—non appaiono mai come un insieme unitario: l’infinito si frammenta in tracce, bagliori, visioni parziali. Collocate come reperti di un archivio immaginario, le forme interrompono la continuità dello sguardo e trasformano lo spazio della galleria in una topografia visionaria. Suscitano la sensazione di uno sguardo dall’alto, come sorvolando un’estensione troppo vasta per essere abbracciata interamente. In quanto frammenti, le opere condensano questa impossibilità, mantenendo lo sguardo sospeso tra tangibile e immateriale, tra evocazione e percezione.

Le sue architetture scultoree nascono non dalla compattezza della massa, ma dal vuoto: cavità, fenditure e passaggi che lasciano circolare aria e respiro. Strati cavi e verticali non si limitano a circoscrivere un paesaggio, ma lo generano. Le sue sculture ricordano che il paesaggio non è mai dato una volta per tutte: è sempre costruito, inscritto in trame materiali, sociali e culturali.

Così, l’opera oscilla continuamente tra presenza e assenza, materia e respiro, artificio e atmosfera.

Impiegando materiali primari—legno, terra, argilla—accostati a sostanze sintetiche—poliuretano, resina, pittura—Vizzini realizza oggetti che sembrano al tempo stesso arcaici e futuribili, fragili e resistenti. La loro tensione visiva frantuma l’orizzonte, trasformando il paesaggio marino circostante in una sequenza di intervalli.

Stratificazioni cromatiche, patine irregolari, l’alternarsi di geometrie rigide e curve morbide evocano in parte procedimenti industriali, ma ciò che davvero emerge è l’eco di un paesaggio fatto di terra, vento, onde e aria salmastra.


Perfino l’atmosfera stessa della Galleria a cielo aperto di Mangiabarche—nata come dispositivo per inquadrare il cielo—sembra respirare attraverso queste forme, depositando sulle loro superfici apparentemente sintetiche una complessità topologica: la continua variazione tra interno ed esterno, tra frammento e totalità, tra contenitore e contenuto, in un gioco di rifrazioni e riflessi inattesi che coinvolge le sculture e l’architettura della galleria.

Con questo intervento, Vizzini mette in discussione l’idea stessa di orizzonte.

Frammentando lo sguardo, restituisce l’infinito non come astrazione, ma come esperienza vissuta: un infinito che si manifesta come limite, come passaggio poroso in cui terra e cielo, scultura e aria, materia e immaginazione trovano un punto di convergenza.