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Testo a cura di Andrea Perini e Marta Bertani di Terzo Paesaggio, 2025

Costruire con, per apprendere attraverso il corpo


La Sardegna è una geografia della terra. Mediterraneo. Isole della Sardegna. Costa occidentale. Le vaste pianure del Campidano. La penisola del Sinis. Mari Ermi. Qui l’arenile sabbioso è formato da granuli di quarzo bianchi, levigati dal mare, originati dall’erosione delle rocce granitiche dell’isola di Mal di Ventre: frammenti del basamento granitico sardo d’età paleozoica. Più in alto, una lingua di terra si apre alla macchia mediterranea, ai pascoli, ai campi coltivati.



Primo esercizio:


Distogliere lo sguardo dal mare e dal quarzo bianco, attivare uno sguardo periferico che sappia tenere insieme mare, palude e terra.

Così andiamo alle vaste pianure del Campidano, dove giace un patrimonio straordinario di architetture in terra cruda. Se oggi molti di questi edifici sono stati abbandonati, sono diventati magazzini, latrine improvvisate - esito, non previsto, della pressione turistica, fuori controllo, della costa - troviamo invece alcuni abitanti, depositari di saperi locali, insieme a ricercatori e artisti, che stanno immaginando per questi lasciti nuove forme di riuso.

Molti edifici in terra cruda sono stati demoliti, altri sostituiti con costruzioni moderne, alcuni sono stati devastati, ma ancora esiste un patrimonio intatto di straordinaria potenza, bellezza e vitalità. Manufatti che per molti, ancora, sono memoria e futuro insieme, base per pratiche contemporanee, per strategie di rigenerazione.

Così abbiamo inteso il progetto Isole dell’Altrove di De Rebus Sardois, dove il processo di attivazione e il riuso dei manufatti non sono volti al recupero fisico, ma piuttosto alla loro reinvenzione simbolica. Il progetto interviene in luoghi abbandonati trasformandoli: la galleria d’arte a cielo aperto Mangiabarche a Calasetta, i ruderi della Prima guerra mondiale sull’Asinara, i laboratori a Sant’Antioco e alla Miniera Argentiera, sino alla riflessione critica sull’architettura effimera di Mari Ermi.


Terra cruda, falasco, ladiri: materia vibrante


Nel Campidano, attorno agli stagni di Cabras, lungo la costa, i capanni e le case dei pescatori stagionali erano costruiti in terra cruda e in falasco. Queste abitazioni, progressivamente abbandonate dagli anni ottanta del Novecento, sono state sacrificate all’espansione del turismo costiero e alla diffusione di tecniche industriali. Con la loro scomparsa stanno anche svanendo le pratiche di costruzione, e con esse la possibilità di apprendere attraverso il corpo.

Il falasco cresce spontaneo lungo le coste, nelle lagune e nelle paludi salmastre; viene intrecciato in cesti e usato nelle coperture e nei setti delle abitazioni. Un materiale organico che isola termicamente, alleggerisce la struttura, flette, adattandosi al vento e all’umidità.


La terra cruda è un impasto di acqua (10%); argilla, la frazione più fine del suolo, che reagisce al contatto con l’acqua; inerti (ghiaie, sabbie, limi) e stabilizzanti come paglia o ceneri. Ogni impasto è una biografia del luogo e racconta la sua storia più profonda e antica. Versato negli stampi e lasciato asciugare al sole, prende la forma di un “pane in cassetta” di circa 20x40x10 cm: i ladiri (o ladrini, ladri, ladini).


Un materiale che vibra e respira, che offre esperienze tattili e che, degradandosi, ritorna alla terra senza lasciare scarto.

Il recupero dei manufatti di questa architettura ancestrale non dovrebbe ridursi a museificazione, ma diventare pratica partecipata di auto-costruzione, capace di riattivare i saperi locali e il sistema di relazione nel paesaggio.


Secondo esercizio:


Facciamo un passo oltre. Produciamo un mattone che sia fertile. Seminiamolo con diversi semi di piante pioniere, coltiviamolo. Sperimentiamo l’antico sodalizio delle primigenie azioni umane che vedevano intrecciarsi la costruzione delle propria dimora con la paziente azione di cura del proprio giardino. Un’azione di cura e contemplazione ciclica.

Argilla selvatica, raccolta e fermentazioni


La terra cruda, lo scavo, l’impasto, il rattoppo si intrecciano con altre pratiche: la raccolta di erbe spontanee, le trasformazioni alchemiche dei materiali, le fermentazioni.

In Vibrant Matter: A Political Ecology of Things, Jane Bennett sostiene che gli oggetti, le cose, anche le pietre e la materia inerte, possiedano una forma di agency: una capacità di provocare risposte, di intrecciarsi con la vita umana e non umana.

Pensare Casa Mari Ermi come un manufatto vivente, che respira con il paesaggio e porta con sé tracce dell’abitare passato, il vento, la salinità dell’aria, il variare delle temperature e dell’umidità, significa farne un campo di attivazione di comunità di pratiche, un luogo di sperimentazione di pratiche del contemporaneo, dove gruppi di artigiani, artisti, contadini, abitanti, possono fare esperienza di apprendimento attraverso il corpo e i corpi.

L’impasto, la fermentazione, la cottura diventano metafore della trasformazione alchemica, della indissolubilità tra natura e cultura. Spazi da abitare, dove sperimentare scavi, coltivazioni, trasformazioni, in cui la materia diventa pane: dispositivo polisemico.



Terzo esercizio:


L’argilla: materia della memoria. Plasmare ascoltando un racconto del luogo, di uomini, donne, antenati, miti del luogo. L’atto di creazione come atto di memoria. Procurarsi acqua di fonte. (bisogna usare sempre acqua buona per impastare pane e mattoni!) Informare prima di attuare. Imprimere forme, stratificare in un pane d’argilla composito erbe, pietre, piccoli manufatti. Pressare. Esperire l’azione di deposito.

Questo è ciò che accade nel paesaggio nel corso del tempo! Materiale o immateriale, effimero o pensato per essere durevole, ogni gesto umano (e non umano, ma percepito) si deposita e tesse le trame del paesaggio. Rendere visibile, tattile un racconto, un tramando, un canto, una ricetta, un medicamento naturale, un rito delle comunità nel luogo.

Depositare tutto in un libro di paesaggio composto di argilla, materiali naturali, carte scritte e condensate di sapienze antiche raggiunte, ricordate, talvolta immaginate.

E’ allora nell’incontro tra immaginario e memoria che avviene l’atto di creazione, che si fa il contemporaneo.