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 Save the date/8 agosto 2021

 
De Rebus Sardois

presenta la mostra La Costante Resistenziale - 8 agosto 2021 - Chiesa di San Nicola - Giardino Incantanto di Paolino Sanna, Sedini (SS) 



De Rebus
Sardois



© De Rebus Sardois 2021

La Costante Resistenziale 

A guide-tour of Sardinian archaic, weird and marvelous stone sculpture and architecture.

a cura di De Rebus Sardois

Chiesa di San Nicola di Silanis - zona rio Silanis, Sedini (SS)
Giardino incantato di Paolino Sanna
- via Giardino Sanna, Sedini (SS)

Domenica 8 agosto 2021 - ore: 10.00-20.00

La mostra Un viaggio alla scoperta della meravigliosa, strana, arcaica scultura sarda - la costante resistenziale è un progetto espositivo che mira a testimoniare gli esiti della omonima e triennale ricerca artistica del collettivo Montecristo Project.


Il progetto nasce dal concetto “Costante resistenziale sarda”, assunto con il quale l’archeologo Giovanni Lilliu cercava di esprimere la capacità di una parte del popolo sardo di opporsi alla dominazione straniera. Alcuni sardi, secondo Lilliu, sono riusciti a “resistere” immutati ai secoli di colonizzazione, mantenendo intatta la loro identità nonostante l’influenza storico-culturale esterna.


Partendo da tale riflessione, Montecristo Project ritrova nella scultura sarda popolare del Novecento quelle forme estetiche “resistenti”, primitive e originarie, che sopravvivono nel tempo, sommerse, pronte a riemergere e  poi nuovamente a scomparire, senza però mai estinguersi. Parliamo di immagini che risiedono nell’inconscio umano, nel suo desiderio profondo di espressione, ascrivibili quindi alla sfera antropologica prima ancora che a quella dell’arte.


L’indagine di Montecristo Project si concentra su quelle espressioni artistiche minori non intellettualmente riconosciute che si rivelano con forme simboliche, anomale e con un linguaggio figurativo surreale. Sono manifestazioni spontanee che si possono rintracciare e riconoscere in tutto il territorio dell’isola: negli spazi istituzionali ma anche nei luoghi più insoliti e inaspettati, come rotonde stradali, arredi civici, architetture sacre dimenticate e monumenti di provincia.


Montecristo Project documenta la ricerca tramite lo strumento fotografico, ma anche creando riproduzioni in gesso di opere inamovibili, non trasportabili, che diversamente non sarebbero fruibili, ricostituendo così il rapporto materiale tra opera e visitatore.


La mostra, per la prima volta visitabile in Sardegna, si terrà nel paese di Sedini (SS) quale luogo di appartenenza dell’artista Paolino Sanna, ultimo protagonista del guide-tour, le cui sculture saranno visitabili nella prima tappa del percorso espositivo, il Giardino Incantato. Le opere, dislocate in quello che era lo “studio en plein air” dello scultore, richiamano le forme del surreale e dell’assurdo, tanto care a Montecristo Project. 

L’esposizione prosegue nella suggestiva cornice dei ruderi della chiesa di San Nicola di Silanis, chiesa dallo stile romanico costruita nel XII secolo, dove saranno esposti i risultati “tangibili” della ricerca pluriennale: sculture arcaiche di autori anonimi dalle sembianze antropomorfe, riproduzioni facenti parte della gipsoteca “resistenziale” e le ceramiche create per l’occasione, le cui forme scultoree richiamano le tematiche fondanti del progetto. Tramite un allestimento cromatico che ricorda le architetture popolari dell’isola, le sculture dialogheranno in un ambiente scenico evocativo di atmosfere misteriose e metafisiche.



Giardino incantato, via Giardino Sanna snc, Sedini (SS)

Il Giardino incantato è il giardino scultoreo creato nel periodo tra il 1970 e il 1990 dall’artista Paolino Sanna, nella campagna della provincia sassarese.
Circondato da antiche rocce calcaree e rigogliosi alberi da frutto, lo spazio, nato come un luogo di ritiro, è stato negli anni trasformato in un piccolo parco artistico animato da sculture di pietra misteriose ed enigmatiche. Come suggerito dal nome immaginifico scelto dallo stesso autore, nel giardino si avvicendano immagini sacre, animali esotici, creature fiabesche e figure antropomorfe dai chiari rimandi simbolici: sopra di tutte, la statua equestre raffigurante uno scheletro velato. L’atmosfera onirica e surreale evocata dall’arte spontanea di Paolino Sanna sollecita l’immaginario del visitatore, portandolo in una dimensione in cui regna il non sense e dove si celebra il rapporto tra arte e natura.




Chiesa di San Nicola di Silanis, Sedini (SS)



Gli affascinanti ruderi della chiesa di San Nicola si inseriscono in una lussureggiante vallata percorsa dal rio Silanis, da cui prende il nome, e si impongono nel panorama romanico sardo per la perfetta tecnica di taglio della pietra e la particolare purezza delle forme architettoniche.

La chiesa ha pianta trinavata ed è costruita interamente in conci calcarei tagliati e messi in opera con estrema cura. Fu costruita nel XII secolo per volontà di Furatu de Gitil e della moglie Susanna de Lacon-Zori, appartenenti alla cerchia aristocratica del regno di Torres. Nel 1122 i due coniugi la donarono all'abbazia Montecassino, come dipendenza dell'abbazia di Nostra Signora di Tergu. L'iscrizione funeraria incisa nella facciata fa riferimento proprio a membri della famiglia degli Zori. Il sito faceva parte del villaggio di Speluncas, abbandonato, per cause a noi sconosciute, tra il 1662 e il 1663.






De Rebus Sardois: collettivo di promozione culturale legato ad arte e architettura in Sardegna, le cui attività prevedono la curatela artistica di mostre ed eventi.


derebussardois.com
info@derebussardois.com


Montecristo Project: è uno spazio espositivo e un progetto artistico-curatoriale fondato da Enrico Piras e Alessandro Sau nel 2016.


https://aguidetourofsardiniansculpture.tumblr.com/
montecristoprojects@gmail.com





Con il patrocinio di:
Comune di Sedini





Fontane di Sardegna



Un progetto di ricerca  per la salvaguardia delle architetture dell’acqua.

di Marta Satta,  28 maggio 2021

Racconti d’acqua, luoghi e comunità.

Possiamo considerare le fontane, e tutte le architetture legate all’acqua, come l’origine dell’arcaico rapporto tra acqua, vita e umanità. Strutture realizzate con tecniche sapienti, che hanno saputo piegare l’indomita forza dell’acqua per metterla a disposizione di piccole e grandi comunità. 


Scovare questi antichi luoghi e ridare loro nuova luce dal punto di vista storico, culturale e naturalmente architettonico, è l’azione alla base del pluriennale progetto di ricerca coordinato e portato avanti dal Prof. Marco Cadinu, docente del dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale e Architettura dell’Università di Cagliari.

Tracciare una mappa di questi spazi, simbolo del rapporto acqua-uomo, è solo il primo passo di una ricerca che persegue diversi obiettivi: quello principale è capire in che modo queste architetture dell’acqua comunicano con le comunità di appartenenza e come si è trasformata la loro funzione, da luoghi  privilegiati per l’incontro e la convivialità a luoghi spesso dimenticati o, al contrario, trasformati in contenitori culturali e artistici altamente valorizzati.

Il progetto nasce nel 2010 e in tutti questi anni, tramite una capillare ricerca archivistica e sul campo, ha permesso di censire in tutta l’isola ben oltre 450 architetture legate all’acqua, situate in più di 160 comuni della Sardegna. La ricerca ha dato vita a numerosi risultati concreti che dimostrano la sua importanza ed efficacia: un congresso e una mostra, diverse pubblicazioni, un documentario on the road (Funtaneris, sulle strade dell’acqua, regia di Massimo Gasole) in cui ci si sofferma sulle architetture più significative della regione, un sito internet e un’app in cui è possibile segnalare le fontane non ancora censite.

Il lavoro ha messo in luce una moltitudine di stili ed epoche differenti, che vanno dal Medioevo al Novecento, con un picco di costruzioni datate verso la fine dell’Ottocento: è in questo secolo, infatti, che si diffonde una nuova concezione di igiene e l’uso dell’acqua diviene di fondamentale importanza. Ciò che la ricerca ha messo più in evidenza è la differenza tra le varie modalità di valorizzazione e conservazione messe in atto dalle amministrazioni locali.

Come esempi di riqualificazione illustre si possono senza dubbio citare il lavatoi di Ulassai e di Orani; da tempo inutilizzati e abbandonati, hanno riacquistato il loro antico valore grazie al progetto di riconversione che ha portato alla creazione del museo Stazione dell’Arte a Ulassai, dedicato all’artista Maria Lai e del Museo Nivola di Orani, dedicato all’artista Costantino Nivola. Persa la loro funzione originaria i lavatoi continuano tuttavia a essere luogo di incontro come un tempo: in passato si riunivano le donne del paese per lavare i propri panni, oggi è l’arte che porta avanti quel momento di convivialità e condivisione. 



Nonostante la riconversione, entrambi i musei conservano ancora un forte rapporto con l’acqua. All’interno del lavatoio di Ulassai  troviamo la Fontana Sonora, in cui le melodie dell’acqua sono le protagoniste dell’opera ideata da Costantino Nivola proprio per ricreare il canto delle donne che in passato abitavano quel luogo. L’intera struttura del Museo Nivola, invece, è pensata in modo da valorizzare la sorgente idrica che si trova all’interno dello spazio museale e in cui ancora oggi si riforniscono molti degli abitanti di Orani. Questo permette ai visitatori del museo di entrare in contatto e tessere delle relazioni con la comunità.

Purtroppo non tutte le amministrazioni locali hanno saputo conservare un rapporto esemplare con queste architetture minori: le fontane e i lavatoi non solo hanno perso la loro funzione  principale, molto spesso a causa dell’impossibilità di certificare la potabilità dell’acqua, ma son state relegate ai margini di costruzioni di dubbio gusto, quali parcheggi, rotonde, perdendo di vista l’importanza storica e culturale di questi monumenti.


Il progetto di ricerca ha anche tra i suoi obiettivi quello di offrire delle linee guida alle istituzioni, associazioni ed enti, che vorrebbero intraprendere un progetto di recupero: preziose istruzioni finalizzate ad un riutilizzo dei manufatti nel rispetto della loro storia e tradizione, all’insegna della riscoperta di quella vita comunitaria che caratterizzava il rapporto tra fontana e popolazione.

Come sottolineato dalla ricerca, l’azione di tutela non deve solo esaltare il valore estetico e monumentale dei manufatti, quanto mettere in evidenza la loro funzione sociale e culturale.

Attraverso il racconto storico, è doveroso ripercorrere il ruolo che ciascuna costruzione aveva nel contesto urbano del paesaggio.


Seguendo questo percorso preciso di salvaguardia, le fontane e lavatoi, oltre a ritornare centro di socializzazione e di attrazione del paese, possono rappresentare anche un’opportunità di sviluppo turistico. 

Dall’appassionante percorso di ricerca e dalle parole del Prof. Cadinu, riscopriamo dunque l’acqua come “luogo di poesia e di sentimento, dove ritornare e ricordare”; riflessione sicuramente utile per recuperare il giusto rapporto tra paesaggio, architettura e acqua. 


︎︎︎   fontanedisardegna.eu     ︎     ︎  




Olivetti, Pintori, Nivola: la poetica dei sogni e delle metafore

di Veronica Peana
21 gennaio 2021


Fondata nel 1908 da Camillo Olivetti, l'azienda baluardo del progresso tecnologico e della creatività italiana detiene primati notevoli, dal premio “Compasso d’oro” del 1954 per il design, alla continua giovinezza e riscoperta da parte delle nuove generazioni.

La consacrazione del marchio non è stata solo merito della qualità e avanguardia dei prodotti - basti pensare alle macchine da scrivere Studio 54 e Valentine progettate da Sottsass, o alla Lettera 22 considerata un capolavoro di arte moderna -, bisogna rivolgere lo sguardo alle retrovie, al team creativo, a quella comunicazione ingegnosa che
veicolava l’acquisto del prodotto vero e proprio. L'azienda, è bene ricordare, ha dominato la scena grafica e pubblicitaria del tempo, e reinventato la concezione dei suoi spazi commerciali.





                                                                        Giovanni Pintori, Machines for bookkeeping, 1962, courtesy of Letter form Archive




La strategia comunicativa era quella dell’immagine coordinata. Nella comunicazione visiva, per “immagine coordinata” si intende una coerenza semiotica di elementi rappresentativi dell’azienda o brand, quali logo, colori, font, impostazione comunicativa, e così via. Lo scopo è quello che oggi chiamiamo brand awareness, riconoscibilità del marchio, ma soprattutto il poter occupare uno spazio nella mente e nell’immaginario collettivo.

Questa visione d'insieme ha fatto di Olivetti un marchio dotato di personalità propria, immediatamente riconoscibile.

Ma non si può parlare della comunicazione grafica pubblicitaria della Olivetti senza parlare di Giovanni Pintori, designer dal 1938 e poi direttore artistico dell’Ufficio Tecnico di Pubblicità, dal 1950 al 1968. I suoi lavori si aggiudicano la Palma d’Oro e il plauso internazionale, in mostra da New York a Parigi, da Londra a Berlino, fino in Giappone, e sono ancora oggetto di culto.

Nato nel 1912 a Tresnuraghes, nell’oristanese, da subito spicca per le sue doti grafiche. Si aggiudica una borsa di studio bandita dal Consiglio dell’Economia di Nuoro ed entra all’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche di Monza. 


Da studente prodigio, viene chiamato per collaborare alla Mostra dell’aeronautica a Milano, e qui conosce Adriano Olivetti.


Nel 1936, poco dopo il conterraneo Costantino Nivola, approda nell’azienda di Ivrea. La tecnica di Pintori brilla di estro e personalità, oltre che di qualità, e in poco tempo si afferma come stimato e benvoluto professionista sia all’interno dell’azienda che all’esterno, con una fama inaspettata.








La poetica delle metafore e delle consuetudini.

Giovanni Pintori, al suo arrivo all’Ufficio Pubblicitario, diretto dall'ingegnere-poeta Leonardo Sinisgalli, ha il compito di mutare la pubblicità in un manifesto, in arte. Deve estendere e ricolorare l’immaginario grigio dei prodotti da ufficio, dare loro un’anima, porli nella sfera quotidiana, più familiare, personale.Questa è la missione. E così i calamai diventano portafiori, e sui pallottolieri sbocciano fiori indisturbati, perché ci sono le macchine Olivetti a risolvere tutto!


Oppure, un altro stratagemma: semplificare il mondo del prodotto in vendita, dei calcolatori. Un manifesto di numeri colorati, che rievocano la macchina ma rendendola giocosa. Colori e geometrie a significare i procedimenti logici del prodotto, che non sono casuali ma appaiono semplici, brillanti.La sagoma della Lettera 22 si accompagna ad un mazzo di fiori, il regalo perfetto. O ancora, la solennità di chiaroscuri di un ingranaggio, di componenti interni che svelano il “mistero” del marchingegno, il suo funzionamento, ispirato dai bozzetti del grande Leonardo da Vinci.





Se la fabbrica è il luogo delle macchine e dei prodotti - che raramente appaiono direttamente nei manifesti di Pintori - sono invece cose piccole e quotidiane, rassicuranti, a costituire la cifra stilistica del designer.

La poetica delle metafore, questa la sua strategia. Le illustrazioni esplicite dei prodotti cedono il posto alle geometrie e ai colori primari, ai fiori, al corpo, agli animali... una magia, il prodotto è assente, ma percepito.

Il “trauma della modernità” è superato, il meccanico è riportato ad una dimensione umana. C’è da precisare che secondo la filosofia olivettiana del lavoro unitario, del progettare collettivo, non c’era consuetudine di attribuire paternità dei progetti a un singolo. Nonostante quindi molti manifesti siano convenzionalmente associati a Pintori, verosimilmente dove c’era Pintori stava anche Nivola, e a diversi di questi progetti lavorò anche lui.



Giovanni Pintori, poster pubblicitari per Olivetti, courtesy of Associazione Archivio Storico Olivetti e Letter form Archive


Costantino “Titinu” Nivola, artista poliedrico e innovativo.

Nativo di Orani, anno 1911; stessa borsa di studio e stesso Istituto di Arti di Monza, compagno e amico di Pintori, approda alla Olivetti prima di lui, diventando direttore dell’ufficio grafico, sotto Renato Zveteremich - predecessore di Sinisgalli. Zveteremich è solito “sfidare” le capacità di Nivola con lavori che necessitano di colore, di un intervento pittorico che addolcisca la durezza dei manuali. Difficile parlare di paternità assoluta, come abbiamo detto, ma il depliant di Storia della scrittura è uno splendido esempio del contributo grafico di eccellente finitura di Nivola.

Assieme a Sinisgalli, che ne scrive il testo, il depliant dipinge la macchina come strumento magico, “organizzata e sensibile”, “una mano mitologica che ha 45 dita”.


I lavori di Nivola presentano un allure più suggestivo, surrealista, una ricerca di straniamento maggiormente in sintonia con le opere di Fontana. Nivola mette alla prova il suo talento poliedrico, occupandosi anche degli allestimenti di vetrine e mostre per l’azienda - e non -, svestendo i panni di pubblicista e grafico, per quelli di pittore e scultore. Ma questa non è che una briciola della straordinaria produzione dell’artista, dentro e fuori la Olivetti, che si considererà sempre un discepolo di enorme umiltà. Così a Milano, in Galleria, davanti alle vetrine Olivetti si affollano curiosi, come ragazzi al cinema, per vedere i sempre nuovi risultati di sinergie artistiche, di collaborazioni tra artisti e pensatori.



Questo periodo per l’azienda di Ivrea è uno dei più fecondi, culturalmente parlando. I punti vendita Olivetti sono luogo d’incontro di artisti, è il Rinascimento della commistione di arti. La pubblicità di massa ha creato compratori senz’anima, distaccati; le sinergie olivettiane mirano invece ad un “umanesimo pubblicitario”, la creazione di idee ed immagini che vivessero nell’uomo e crescessero con lui, lasciassero qualcosa o seminassero pensieri.


“Io voglio che la Olivetti non sia solo una fabbrica, ma un modello, uno stile di vita. Voglio che produca libertà e bellezza, perché saranno loro, libertà e bellezza, a dirci come essere felici” parole di Adriano Olivetti, manifesto di un’azienda modello pionieristico di welfare aziendale, di “fabbrica per l’uomo”, e non il contrario, come amava dire. Biblioteca a disposizione - e non solo dei dipendenti, ma di tutta la comunità - orario lavorativo ridotto, assistenza medica, spazi e tempi per condividere idee, senza gerarchie di potere e supponenza psicologica, tra ingegneri, operai e artisti di passaggio.


E se la fabbrica era questo, anche i negozi miravano, ancor prima di far acquistare prodotti, a far acquisire idee, sogni. Comprare Olivetti significava in qualche modo avere opportunità di condividerne gli ideali.


Attraverso una maestosa azione di artisti, architetti, designer - sia italiani che stranieri -, secondo il credo dell’unità della diversità i negozi Olivetti diventavano luoghi di cultura e rivoluzione.



Lo vediamo anche nei punti vendita sardi. A Sassari, oltre alla piccola filiale e diversi concessionari, viene allestito nel 1952 uno splendido showroom frutto della collaborazione di varie personalità di spicco del territorio sardo. Ubaldo Badas, architetto razionalista de facto , allestisce uno spazio semplice e geniale, che rievoca il prodotto simbolo olivettiano: la macchina da scrivere. Da un ingresso a vetrata, che sarebbe il lato corto della macchina, si accedeva ad uno spazio rettangolare in profondità, con la volta a onde cassettonata, a ricordarne i tasti.


A completare l’opera magica coordinata è il grande artista sassarese Eugenio Tavolara, che realizza un enorme bassorilievo in marmo e steatite su tutto il lato lungo del negozio, il “dorso” della macchina. Nel pieno spirito olivettiano di commistione delle arti, Tavolara si riallaccia alla brochure ideata da Costantino Nivola, Storia della scrittura.


Il lavoro illustrato di Nivola ripercorre i progressi dell’uomo nella scrittura, dai papiri agli amanuensi, sino al progresso delle macchine da scrivere.


Tavolara rielabora su pietra il sunto di queste tappe, aggiungendo il suo solito simbolismo di alchimia e astronomia, figure celesti e astrali, nonché riferimenti al patrimonio sardo, culturale e storico. Accanto alle steli e alle tavolette di argilla compaiono infatti elmi nuragici, arcieri stilizzati, animali preistorici; l’artista sassarese ha molto radicata in sé la necessità di elevare l'identità dell’isola, e non perde occasione di lavorare concretamente.


In questo involucro di magia e maestria, fanno mostra silente di sé le macchine e i calcolatori, ben illuminati e visibili anche dall’esterno del negozio, grazie alla cornice in vetro. Nel 1965 il negozio - che era stato crocevia di privati e aziende del luogo - chiude, e la Olivetti lascia in dono al comune il bassorilievo, che viene smontato in tasselli e dimenticato per quasi vent’anni, per poi, restaurato, trovare nuova collocazione nella sala convegni della Polizia Municipale.






L’autrice ringrazia il Museo Nivola, l’Archivio Storico Olivetti e la casa editrice Ilisso per la gentilezza e disponibilità.


Letture consigliate
Musina M. - Giovanni Pintori, la severa tensione tra riserbo ed estro - Logo Fausto Lupetti, 2013;
Berta G. - Le idee al potere. Adriano Olivetti tra la fabbrica e la comunità - Edizioni di Comunità, 1980;
Storia Olivetti - I Maestri- www.storiaolivetti.it;
Camarda A. Altea G. - Eugenio Tavolara. Il mondo magico, Ilisso, 2012;
Camarda A., Altea G. - Nivola, la sintesi delle arti - Ilisso, 2015.





La città estiva                       ︎            ︎︎

Le architetture balneari del Poetto

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       13 ottobre 2020


Le architetture balneari del Poetto nella ricerca di Ugo La Pietra e nelle immagini di Giancarlo Cao.

Tra il 1913 e il 1986 la spiaggia del Poetto di Cagliari ospitava un borgo di costruzioni spontanee: casette in legno animate da tinte sgargianti, decorazioni ricercate e volumi simmetrici.︎

Più che cabine balneari, i casotti erano pensati come vere e proprie dimore estive abitabili. Le sue fattezze rispondevano ad esigenze di praticità, organizzazione e versatilità. Gli spazi interni erano essenziali ma perfettamente funzionali: la parte antistante veniva utilizzata come zona giorno e grazie a delle finestre reclinabili si poteva trasformare in una loggia aperta; la parte posteriore, invece, veniva arredata con letti a castello in modo da ottimizzare gli spazi, diventando così una vera e propria zona notte. 



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Queste abitazioni appartengono a quelle architetture minori e periferiche che, a partire dagli anni Sessanta, Ugo La Pietra analizza e cataloga all’interno di una più ampia ricerca poi confluita nell Osservatorio di Cultura Balneare, un centro studi dedicato alle culture marginali come il design e souvenir balneare. I casotti verranno presentati nel 1980 nella mostra “Cronografie. Il tempo e la memoria” alla Biennale di Venezia.


L’architetto-designer rimane fortemente affascinato dalla vivace creatività di queste opere, dalla personalizzazione e invenzione che si rivela in ogni elemento decorativo e progettuale. Questa pratica creativa è il frutto della dedizione dei proprietari che grazie all’aiuto di artigiani locali costruiscono il casotto utilizzando un medesimo modello progettuale-costruttivo, che poi verrà adattato secondo i gusti personali di ciascun cittadino-bagnante, con decorazioni fantasiose e colori vivaci. 

La Pietra, nel saggio Le altre culture, edito nel 2017 da Corraini Edizioni, esalta il carattere unico di queste architetture caratterizzate da un impianto urbanistico semplice ma coerente, da tinte che richiamano le cabine balneari e decorazioni raffinate quali la balaustra e il timpano, elementi architettonici che ricordano lo stile delle ville borghesi.

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Da ultimo l’autore non può fare a meno di mettere a confronto l’uniformità e ordine del grazioso paesaggio dei casotti con l’architettura più colta ma, volgare e caotica, degli edifici in cemento che si andavano realizzando nel litorale cagliaritano.



Tra le tante interessanti osservazioni La Pietra definisce il modello delle ville del Poetto come “un’interessante applicazione della memoria popolare nella pratica costruttiva di questa particolare tipologia [ndr di costruzione]”. Oggi rimane il ricordo nostalgico di un’architettura effimera che rimane un esempio per la futura pianificazione paesaggistica del Poetto.


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«Nei tiepidi inverni Karalitani, all’inizio degli anni settanta, il Poetto rappresentava per me quasi l’inizio di una precoce, e tanto più affascinante, stagione balneare: un’oasi insperata di loisir e di distensione, provvidenziale contraltare alle ore dell’insegnamento universitario, dei seminari, degli esami, dei (molto odiati) “consigli di facoltà”. Avere a due passi dal centro (specie nei mesi invernali) quella radura quasi deserta, che insieme alla prossima e anzi più pittoresca scogliera di Sant’Elia costituiva una sorta di “feudo” personale, fu un’esperienza che per molti anni avrei profondamente rimpianto. Non solo perché qualche volta si poteva azzardare un tuffo dalla spiaggia, ma perché i famosi, variopinti “casotti” – d’inverno così silenziosi e ancor più fantomatici – davano al paesaggio un tocco di realtà “metafisica”, quasi fossero una riedizione dei “Bagni” misteriosi di De Chirico».
Gillo Dorfles, prefazione in La Città Estiva – Cagliari balneare al Poetto, 1913-1986, a cura di Giancarlo Cao, Cagliari, VerbaVolant, 1998.